Roma dei Misteri, di Vittorio Di Giacomo

Anche gli antichi Romani studiarono e si dedicarono alla ricerca dell'ignoto , gestito e bandito severamente dall'autorità civile.

Lo fecero sostanzialmenente per la noia di un mondo ridotto a sterile prassi legale: un mondo fatto di armi e di armati, di moniti e di pene severe.

Un mondo che aveva spinto l'individuo, vagante tra sotterranee superstizioni, in braccio al Grande Mistero inteso come interrogativo che non si poteva evitare e ad una religione priva di chiari schemi di compensazione, ma più intimamente necessaria.

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In tale prospettiva vantano un diritto di presenza nel libro tutti i movimenti e tutti i sistemi in cui e per cui i Romani vennero in qualche modo a fare l'esperienza diretta e indiretta dell'inconoscibile: i segni e i prodigi, le ierofanie e le teofanie, i misteri come sondaggio e decifrazione dell'ignoto, fenomeni di divinazione, augurazione, oracolistica, aruspicina, astrologia.

E i misteri come provocazione, sfida o difesa - sul piano dell'azione e dei poteri - contro la Potenza.

Vale a dire la magia, l'alchimia, la stregoneria, il satanismo, con i relativi corteggi.

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